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dicono di Lauro Fumaghi

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+++ Testo +++

Intervista a Lauro Fumaghi

Raggiungo l’eremo del dottor Fumaghi in una città ancora addormentata. Mi sembra di poter vedere come in uno dei suoi libri: «l’asfalto lucido chiazzato di sole radente che fa da bara al suolo naturale, le ombre oblunghe e traditrici, le chiome di alberi vilmente sfigurati dal coltello motorizzato dell’operaio comunale…».
Ho scovato un suo libro in un rifugio della Val di Fassa, dimenticato sulla cornice di una finestra e zuppo della pioggia della notte prima. Mi ha incuriosito (perdonate l’ingenuità) la copertina: una carta verdognola e leggera, che a chiamarla cartoncino è tanto. Un’immagine tratta da un dettaglio del Ritratto di Carlo V a cavallo di Tiziano Vecellio, in bianco e nero, era l’unico indizio oltre al titolo: “Lunghi sospiri di salice ed enrosadira”. Quel libro è stato il mio compagno di viaggio per altri tre giorni, nei quali l’ho sfogliato estraendolo dallo zaino durante le soste e leggendone brevi tratti. Mi ero dimenticata del libro e del suo autore fino a poche settimane fa, quando mi sono imbattuta in una sua nuova opera: una poesia pubblicata sul giornale locale, nella pagina dei necrologi.

Quantunque
malgrado andato,
sei stato.
Come il pane raffermo
utile ancora
sebbene meno

Ho deciso quindi di scoprire di più su questo autore: così ho suonato al campanello del vecchio condominio bruno in cui vive, sono salita al piano e ho dialogato con lui tra pile di libri accatastati e una foresta di piante in vaso. Lauro Fumaghi mi è apparso subito adatto al proprio nome, non so perché. Pur non sapendo della mia venuta, mi ha accolta pronto in giacca di tweed, camicia e whisky. Si è acceso una pipa, come se non bastasse l’abito a fare il monaco, e, ispirato da un'innaturale verve di educazione, mi ha chiesto se ne volessi una anch'io. «Non fumo», gli ho risposto, cosa che è sembrata incupirlo, ma che non lo ha fermato dal continuare a sbuffare lente nuvole di fumo bianco per il resto della conversazione.

Grazie di aver accettato. Le ho già detto come sono venuta a conoscenza del suo nome, ma ammetto di non sapere molto di lei. Cosa mi può rivelare?

Si figuri e ringrazio gli ascoltatori [Fumaghi proseguirà a chinarsi verso il mio smartphone spento ogniqualvolta risponderà ad una domanda, nda]. Che dire di me? A malapena so io chi sono! Sono un Autore, un essere di carta e quindi di legno, e di inchiostro quindi di ftalocianina e alcol benzilico. Leggo molto, e scrivo dando voce ad un lamento interiore, come a seguire una spinta primordiale all’inutile.

In che senso?

Scrivere è la più inutile delle attività. Lo sa quanto tempo ci metto a leggere un libro? Circa una settimana se è uno di quei tomazzi da chilo. Anche meno. Ma a scrivere un libro ci metti sei mesi, un anno. Quindi scrivi un anno ma poi magari uno legge tutto in una settimana. È una perdita di tempo per l’Autore, e se il libro non è buono anche per il lettore. Dicono: almeno scrivendo dici qualcosa di te. Nei miei libri non c’è niente di me, perché di me so già quello che basta e non voglio sapere altro, non mi stupirebbe. Nella Natura invece c’è tutto, e basta guardarla con attenzione per imparare.

Lei sembra legato alla Natura, e i suoi scritti parlano molto dell’Uomo e della montagna, con dettagli che solo un alpinista conosce. Il suo appartamento è pieno di piante. Come vive la Natura Lauro Fumaghi?

Guardo tanti documentari.

E la montagna?

(sorride)
Ah, la montagna! La montagna è tutto. È il sopra ed il sotto, è il bene e il male, è sfida e pace. La montagna è tutto. Forse solo il lupo di mare oltre all’alpinista può capire quando dico che in una valle fredda o su una cima di roccia acuminata, lì un Uomo trova veramente sé stesso.

Cerco un modo per parlare dell’elefante nella stanza, quella gamba destra mancante.

È scalando che ha perso la gamba?

Questa? No. Sono caduto in un tombino al mare. Avevo 20 anni. Immagina, perdere una gamba a 20 anni? Sono cose da cui è difficile rialzarsi.

Quando ha scoperto la montagna?

Poi, leggendo e guardando documentari. L’ho anche vista, ci sono stato più di una volta. Ogni volta è un’emozione immensa. Ho amici alpinisti che vengono qua e mi raccontano.

Mi mostra una pietra, poggiata a mo’ di fermacarte su di una pila di volumi.

Questa me l’ha data Mario Gregoni, viene dalla cima del Monte Civetta. Quante cose può dire questa roccia, quante cose ha visto? Potrei scrivere un libro sulla sua storia, ma ci vorrebbero milioni di pagine e altrettanti anni. Un perdita di tempo.

Tornando a lei, cosa ci può dire?

Chi sono è affar mio. Insegno, questo posso dirle. Il mio lavoro a tempo pieno è essere insegnante di educazione fisica alle medie.

Quindi è questo che fa nella vita?

Se la chiama vita.

Sembra scontento. Scrivere le dà modo di dare sfogo alle proprie frustrazioni, attraverso il racconto dell’Uomo in sfida con la Natura?

Lei mi sta psicanalizzando, signorina. No, io scrivo perché è giusto che la gente sappia che c’è dell’altro oltre al divano e alla porta di casa. C’è un mondo da scoprire, da esplorare, da vincere. Ci sono uomini che salgono in cima a montagne altissime! Anche donne, per carità. Non so si lei le ha mai viste, son grandissime… Gente che sfida la Natura in una lotta che lo è sì [sfida] ma anche una prova di reciproco rispetto, consci che si è tutti nella stessa broda e figli suoi, mentre altri vivono le loro vite di cemento chiusi in una bottiglia.

Fumaghi si versa un altro dito di whisky, che assaporerà piano come il primo.

Quindi questi sono i valori di Lauro Fumaghi? Rispetto per la Natura ed esaltazione del risco e della fatica?

Sì. Si legga la narrativa otto-novecentesca, o i resoconti dei viaggi di Amundsen, Shackleton… uomini che si elevavano sopra le masse con imprese eroiche. Ancor di più mi affascinano le avventure inutili quanto rischiose, perché prive della componente economica ma sospinte solamente da una volontà scioccata. “Perché è lì”, diceva Hillary. Perché è lì…

Come vede allora la filosofia attuale che permea la letteratura di montagna, dove l’Uomo assume il suo posto naturale di piccolo ingranaggio, impara i valori della rinuncia e dell’umiltà di fronte alla Natura?

La trovo noiosa e da pappemolli. Che fine ha fatto l’alpinista che sfida la bufera? I senza ossigeno? Le morti evitabili? Oggi si insegna che in una scalata bisogna saper arrendersi quando il tempo si fa brutto, ad arrendersi di fronte alle avversità. A non bere e guidare, eccetera. Capisco il rispetto per la montagna, ma bisognerebbe ritrovare il rispetto per il brivido e per le scarse probabilità di successo. Più scarse sono meglio è. Tipo, non scalare il K2 se non si hanno almeno due figli a carico. Se no che gusto c’è per noi che tracciamo le gesta di questi eroi?

Quello che rappresenta sembra più un’azione eroica senza cervello. Detto da una persona, mi scusi, che da quando ha perso la gamba…

Ancora questa gamba. Cambiamo argomento.

Lei crede in Dio?

Sarebbe sciocco non credere che ci sia qualcosa oltre a noi. Non saprei se definirlo Dio, ma sicuramente percepisco l’esistenza di un qualcos’altro. A me piace chiamarlo Mondo Strano.

Cos’è il Mondo Strano?

È un mondo parallelo, abitato dal fantastico e dal metafisico. Per definizione non s’intreccia con il nostro, ma chi conosce le montagne sa di cosa parlo. Spiriti, animali, la vibrante energia delle stagioni. La volontà della montagna. La mano di una ninfa in un alito di vento.

Ne sembra convinto

Lo sono. Centinaia di anni di leggende, provenienti da ogni parte del mondo, non si possono buttare via. E una storia recente mi ha dato la conferma che cercavo. Uno di questi alpinisti me l’ha raccontata. Una storia da far gelare le vene…

Forse materiale per un nuovo libro?

Chissà.

Ringrazio Lauro Fumaghi per il suo tempo.

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